Perché il background religioso è ancora importante

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Daniel Moulin-Stożek, ricercatore all’Università di Birmingham, scrive: in Europa, gli Stati nazionali hanno sviluppato diversi approcci alla religione nella scuola pubblica, spesso rappresentando accordi storici tra Stato e Chiesa. Tuttavia, a prescindere dalla scuola o dal programma scolastico, il background religioso è di fondamentale importanza per studenti, insegnanti e comunità.

Questa potrebbe sembrare un’affermazione coraggiosa. Dopo tutto, sebbene l’andamento della secolarizzazione sia diverso in ogni contesto nazionale, in Europa si riscontra una tendenza generale verso la non partecipazione e la non identificazione con la cristianità, e questo soprattutto tra i giovani.

Il background religioso è importante per diverse ragioni e, in quanto manifestazione del passato, il “patrimonio culturale” (religioso in questo caso) ne è un aspetto significativo. La maggior parte degli eventi e delle festività culturali hanno storicamente una radice religiosa, spesso connotata dal conflitto. In Inghilterra, per esempio, i falò e i fuochi artificiali del 5 novembre ricordano e celebrano il fallimento di un complotto di parte cattolica per distruggere il Parlamento e uccidere il re protestante Giacomo I. Questa diffusa tradizione prevede tuttora che venga bruciata l’effigie di “Guy”, il nome del traditore scoperto – nel 1605 – nei sotterranei del Parlamento con i barili di polvere da sparo con i quali voleva farlo esplodere.

Scuole, individui e comunità vivono immersi in queste tradizioni storiche, alcune delle quali sono per certi versi ineludibili. Ne è un ovvio esempio il Natale, tuttora celebrato anche nelle più secolari delle scuole europee. Questo induce a farsi qualche domanda sulla distinzione tra pratiche “religiose” e pratiche “secolari”, dal momento che – sempre considerando l’esempio del Natale – se è vero che molti cristiani “laici” festeggiano con pranzi e scambi di doni anziché partecipando a eventi di stampo religioso, queste pratiche potrebbero essere indicatrici di connessioni culturali più profonde e quindi creare separazione tra gruppi di studenti provenienti da contesti religiosi diversi.

Gli insegnanti di qualunque contesto scolastico non possono ignorare l’importante del patrimonio culturale di studenti e comunità. Nella maggior parte dei casi, per esempio, il calendario scolastico è organizzato in base alle norme culturali dominanti, come dimostrano in maniera lampante le vacanze natalizie.

Affinché possano capire questi temi e destreggiarsi al loro interno, è importante che gli educatori capiscano il concetto di identità. Termine usatissimo nelle scienze sociali, l’identità fornisce un contesto nel quale valutare come gli studenti vedono sé stessi e come vengono visti dagli altri.

La prima cosa che gli insegnanti devono sapere è che l’identità non può esistere al di fuori di un sistema di rappresentazione. Nelle scuole, gli insegnanti non possono evitare di rappresentare le culture attraverso il curriculum. Accade inoltre che, nelle scuole, studenti e insegnanti dividano le persone in categorie e usino queste rappresentazioni per ascrivere determinate identità ai diversi individui.

Per esempio, ciò che è “musulmano” viene rappresentato dai mass media, pubblicato sui social media e forse anche rappresentato nel curriculum scolastico. Accade poi che questa etichetta venga applicata agli studenti dagli insegnanti e da altri alunni, anche se le persone in questione non si riconoscono in quella rappresentazione. Lo stesso accade per qualunque identità, ma è particolarmente forte per le minoranze stigmatizzate. Una studentessa, una volta, mi ha detto che, sebbene lei non si identificasse come ebrea, aveva una discendenza ebraica; questo faceva sì che tutti la considerassero ebrea a prescindere da ciò che faceva o diceva.

Le scuole e gli insegnanti hanno quindi un’incredibile responsabilità: con la rappresentazione e la classificazione, infatti, creano le condizioni per le quali i giovani formano questo o quel pensiero su di sé e sugli altri. Le festività e altre caratteristiche del patrimonio culturale sono importanti per il modo in cui le persone si definiscono in relazione alla società, a un gruppo o a una tradizione. Riconoscere queste persone per come si identificano le aiuta quindi a essere sé stesse. Una buona pratica didattica, tuttavia, sarà sempre quella che va oltre i binari e i confini delle identità fisse e stereotipate.

Purtroppo, i programmi e le tradizioni scolastiche si affidano spesso a una conoscenza pedagogizzata che rafforza le rappresentazioni statiche ed essenzializzate di cultura, religione e patrimonio culturale. Come tutti, gli studenti ricadono solo molto di rado in queste categorie, ma si collocano piuttosto nel mezzo.

È pertanto essenziale che studenti e insegnanti comprendano la flessibilità dei confini creati da pratiche e tradizioni culturali. Questo non solo dà agli studenti la libertà di rappresentare sé stessi, ma permette anche ai membri di una cultura di riconoscere le celebrazioni degli altri e, se appropriato, parteciparvi. Quando si ottiene questo tipo di apertura, le scuole diventano luoghi in cui non solo tutti possono essere sé stessi, ma cui le comunità possono fiorire nell’unità.


Daniel Moulin-Stożek è ricercatore al Jubilee Centre dell’University of Birmingham. Ha studiato all’Università di Oxford e ricoperto ruoli in diverse istituzioni. È anche assistente redattore al Journal of Beliefs and Values e sta attualmente lavorando al progetto The Life of the Religious Education Teacher.